Dopo aver visto trasmissioni televisive e letto decine di recensioni, delle quali comunque ritengo che la migliore sia quella di Ciro, scrivo finalmente del Divo e della mia delusione. Innanzitutto si deve parlare di Servillo e di quanto sia sprecato in questo film. Trovo che questo grande attore sia stato molto mal impiegato ne Il Divo perché gli è stata preclusa la possibilità di recitare in senso stretto. Certo che anche il silenzio può essere rappresentato in modo da non apparire mutismo, così come un volto può rimanere inespressivo per l’intera durata di un film e dare comunque cifra di grande recitazione, ma non mi sembra questo il caso. Servillo imita Andreotti e lo imita male, considerato che è mascherato. E trovo che questo non era assolutamente necessario. Rappresenta così un uomo privo di espressioni, monocorde. L’espressione che di Andreotti mi torna più spesso alla mente è un mezzo sorriso obliquo, in qualsiasi situazione. Quindi davvero monocorde, ma non piatto come ha deciso di presentarlo Sorrentino. Tutte le “battute” di Andreotti sono citate – alcune con gravi errori – da un Andreotti serioso, mentre tutte quelle frasi sono state pronunciate, in realtà, con un sorriso beffardo, compiaciuto, ammiccante tanto quanto il volto che Andreotti si ritrova può permettere. Una, ad esempio, che nel film manca – ci sono solo le più banali – risale al funerale di Giovanni Agnelli, al tempo senatore a vita come Andreotti, occasione in cui un cronista sembrò voler provare l’ironia di Andreotti partendo più o meno così: «la vecchiaia è una brutta bestia, vero senatore?» Ed Andreotti: «Sì, ma l’alternativa è peggio». Bene, ricordo perfettamente l’espressione con la quale pronunciò quella frase: un’espressione incredibilmente prossima a quella che ne dà sul palcoscenico del Salone Margherita Oreste Lionello, colui che presta la sua voce a Woody Allen. Un‘espressione che in tutto il film non si vede mai. E non ci sono giustificazioni di ambizioni oniriche che tengano: o non lo si è voluto fare, ed è male, o non lo si è saputo fare, ed è peggio. Sto dicendo, insomma, che Michele Placido che fa Padre Pio è inguardabile, mentre il Padre Pio di Sergio Castellitto è un capolavoro. Se si imita si deve essere perfetti, altrimenti si deve interpretare. Diverso discorso vale per la scelta di Buccirosso nei panni di Pomicino, azzeccatissimo, grottesco pari al reale, assolutamente non forzato nel personaggio.
Ci sono poi errori macroscopici che rispondono a scelte precise. Decidere di concludere la narrazione con l’inizio del processo vale a decontestualizzare completamente il personaggio politico Andreotti dalla storia, ma anche dalla cifra del Paese. Un Paese che ne esce immeritatamente bene per certi aspetti, ed irrimediabilmente peggio per altri. Il film, io credo, si sarebbe dovuto concludere esattamente lì dove la storia politica di Andreotti smette di avere rilevanza nello studio della cronaca e nell’osservazione e nell’analisi della politica. Non certo quindi con la mancata elezione al Quirinale, e tanto meno con l’inizio del processo. C’è un fatto politico nella vita di Andreotti – cui si accenna non per interpretazione autentica del regista ma sempre per citazione indiretta di Andreotti: «Io sono trasversale» – che come nessun altro descrive non solo Andreotti ma anche il decadimento del nostro Paese. Decadimento cui Andreotti non è estraneo, ma che pure segna la sua superiorità politica in combinato disposto con il suo politico fallimento. Si tratta della elezione alla presidenza del Senato cui Marini arriva nel 2006, cioè ieri, solo dopo aver superato di un soffio Andreotti sostenuto da un compatto centrodestra. Gli ex-fascisti di Alleanza Nazionale, gli xenofobi antiromani della Lega, ovvero quei giustizialisti che insieme a certa sinistra hanno continuato ad anticipare le sentenze nel giudizio dei fatti, e non in quello politico cui ognuno non solo può adire, ma io penso addirittura è tenuto.
Andreotti accetta quella candidatura usando quella minoranza ebete per sbertucciarla, e la rende ridicola davvero, come nessuno mai ha saputo. Non verrà eletto e voterà poi ordinatamente la fiducia costitutiva a Prodi insieme a tutti coloro che avevano votato Marini. Sorrentino dice che Andreotti è stato il Divo, sì, ma non dice bene che lo è stato in un Paese in cui i mediocri hanno avuto spazi straordinari. E qui, tornando a quanto dicevo, è dove con omissione questo Paese esce immeritatamente bene dal film. Ma ci sono anche motivi per dire che il Paese ne esce immeritatamente male. Questo Paese che Sorrentino dipinge come schiacciato da un monarca gelido, solo al comando, era lo stesso Paese in cui c’era un gigante come Bettino Craxi, una figura enorme come Ciriaco De Mita. E passi che questi personaggi, secondo Sorrentino, sfiorino solo la storia di Andreotti, ma c’erano anche monumenti come Berlinguer, uno dei più grandi mal di testa di Andreotti. Il cineasta nega alla storia dell’Andreottismo quanti uomini di valore vi furono contro, anche nella politica. C’era un Paese che non era andreottiano neanche indirettamente, e Sorrentino lo omette come sostanzialmente ininfluente alla trama, e così non è stato. Manca poi il consociativismo politico di cui la trasversalità di Andreotti è stata l’emblema molto più di quanto la politica morotea sarebbe mai potuto esserlo. Risponde a quella leggenda che racconta di un Andreotti che godeva di credito politico presso qualsiasi amministrazione locale, anche in quelle comuniste. Un dettaglio? Forse, ma un dettaglio che ha segnato la storia del nostro Paese: il compromesso è storia, non è storico.
E poi manca Giovanni Paolo II, l’uomo la cui elezione al soglio pontificio fece sentire Andreotti vecchio per la prima volta «…mi accorsi che ero più vecchio del Papa» scrive Il Divo nel suo libro “Ad ogni morte di Papa”. Manca un’accusa importante alla Chiesa: per aver portato in palmo di mano un mafioso o comunque un uomo percepito da molti come tale, o manca il seme del dubbio, ché volendo criticare dei goffi assolutisti come sono certi cattolici militanti male non sarebbe stato. Manca davvero un relativismo almeno grezzo, come quello di cui posso essere capace io: a dire che se quella corrente di Andreottiani era fatta di uomini dipinti come dei fessi, pericolosi ma fessi, cosa sono allora questi d’oggi? E cosa siamo noi che ci facciamo governare così?
Ero preparato ad un film travagliesco e lo avrei gradito più di questo film tecnicamente buono, eppure totalmente sbagliato, estraneo – direi – ai suoi motivi. Ero preparato a dire: se Schifani è colluso perché uno che conosceva poi è diventato mafioso, quand’è che riesumiamo De Gasperi per imputargli la collusione con il mafioso Andreotti? Ero preparato ad attaccare questo film per la durezza o l’impostazione, insomma, ma non per l’inconsistenza.
Si può fare un ottimo film su di una storia brutta. Ed è il caso del Caimano di Moretti. Perché la storia di Berlusconi è brillante ma brutta, ed il film che la ritrae non può brillare che d’antimateria. La storia di Andreotti è qualcosa di diverso, è una storia in cui l’ironia non è solo un mezzo ma spesso anche l’unico risultato. Il Divo. Andreotti è chiamato così anche perché fu capace di una comparsata in cui interpretava sé stesso in un film con Alberto Sordi. L’Andreotti di Sorrentino sarebbe incapace di una cosa del genere. Basterebbe solo questo a dire che Sorrentino ha fatto un film su uno stereotipo necessario. Invece avrebbe dovuto farne uno su di un cinico dedito al superfluo.
7.400 battute spazi inclusi.
Sì, questo post è anticostituzionale, lo so.
vedo adesso che hai linkato il mio post su gomorra sul corriere del mezzogiorno, grazie mille
Bravo! Ho apprezzato:
“La storia di Andreotti è qualcosa di diverso, è una storia in cui l’ironia non è solo un mezzo ma spesso anche l’unico risultato”.
Saluti
MF
Giuro che entro stasera lo leggo. Magari tornata dalla lezione di spinning, che di solito mi sveglia.
Solo una precisazione – sai che sono un giustizialista, qualunque cosa questo significhi, ed è ancora più chiaro che sono un rompicoglioni – su Schifani: conosceva qualcuno che poi è stato accusato di mafia, non che poi è diventato mafioso. Dire che fossero mafiosi all’epoca è una supposizione, così come dire che lo sono diventati poi.
Le ho lette tutte, le 7400 battute eh – non solo quel pezzetto
un giustizialista confesso!
ciao infamous
Eh, MF…
Tesoro, ma chi te lo fa fare?
Sì, Rip, è esatto. Peggio ancora, però. Essere accusati di mafia, non vuol dire esserlo.
E’ un errore frequente: citare gli atti della procura come se fossero quelli del tribunale.
Sono d’accordo su quale sia la recensione migliore, ma a me è piaciuto il film e penso che il paragone con Scorsese non è poi tanto sbagliato.
a me il film è piaciuto.
forse proprio perchè è anti-travaglista
No vecchio socio, non son proprio d’accordo. Il film è al limite della perfezione, smagliante e molto preciso. Così è parso a me. Mi riservo di scriverti, di questo e di mille altre cose, con un po’ di calma. Intanto ti abbraccio
Devo andare a vederlo.
Stasera c’è qui Sorrentino.
Stampo le tue 7400 battute e gliele dò?
(Mi dispiace per Servillo: per me è un attore straordinario).
Vulvia, intendiamoci, il film non è che non mi è piaciuto in sè. Non fosse per una questione di passione e feticismo. Un film su andreotti e sulla Dc non può non interessarmi e “farmi piacere” in assoluto. Vedi già il dibattito che ne viene fuori.
Però io mi aspettavo una cosa diversa. Per paradosso, mi aspettavo un film definitivo, una pietra miliare dell’arte che a volte sa dare lezioni agli analisti. Ripeto, non è questo il caso.
Travaglio intanto non e parla. anche se Andreotti è un suo cavallo di battaglia. C’è D’Avanzo di mezzo e quindi non s’appassiona: non ci guadagna.
Non è anti-travaglista, Marco. Secondo me neanche un po’.
jac, carissimo. Che piacere immenso vederti qui. E che piacere trovare materia sulla quale non essere d’accordo. Ci accadeva così di rado.
Scrivimi: ti aspetto tanto e da tanto. Ti abbraccio.
Poi fammi sapere che ne pensi, Danie’.
Comunque sì, Servillo è bravissimo. (peccato che in questo film gli sia mutilato il viso)
Ho visto una commedia di Eduardo (non una delle migliori) in cui fa il protagonista. Si chhiama Sabato, domenica e lunedì. Una grande interpretazione.
Letto tutto, la prima recensione che condivido in pieno.
In particolare con riferimento all’espressione monotòna, al finale un pò “tronco”, alla presenza di giganti come Craxi e De Mita (il primo nominato una volta, il secondo mi pare per niente).
cià Nardi
ciao cara
Lo condivido tutto, dalla prima alla settemilaquattrocentesima battuta.