Mio fratello Vito scrive molto meglio di me. Per molti questo non vorrà dir molto, ché preso me a campione di misura si potrebbe dire che anche lui non sia poi grande cosa. Ma conta cosa io penso di lui e cosa lui pensa di me. E conta cosa pensa nostro padre di tutti e due; ecco cosa conta. Conta, è può essere ancora poca cosa, che mio fratello Vito aveva preso una sbandata giovanile per il giornalismo. Una sbandata che rientrò poi senza particolari sofferenze, fino a portarlo – forse più convinto – verso quella carriera accademica in cui è immerso. Una carriera che in questo Paese non è che funzioni in modo esattamente degno dell’acume e la straordinaria versatilità di mio fratello e di tanti altri come lui.
Quello che però mi spinge a scrivere dell’intimissimo è che stasera ho all’improvviso ricordato il finale di un breve romanzo buttato giù da Vito, nel giro di un’estate, a cavallo di quella sbandata per la scrittura. Un carteggio ch’è girato per casa quando io avevo letto appena Zanna bianca di Jack London, un libretto assegnatomi a scuola per l’estate e sul quale mio padre mi obbligò a tentare l’efficacia della sintesi chiedendomi riassunti di ogni capitolo, e poi i riassunti dei riassunti. Quel romanzo di Vito, che per la prima volta lessi di nascosto, diceva di una storia triste e chiudeva con una macchina in corsa ed una portiera aperta, con l’asfalto che correva sotto gli occhi, e lì, ferma nel moto relativo, una sensazione di stanco disgusto per la vita, interrotta solo da una caustica ed inattesa fine della narrazione. Ed è esattamente quello che provo quando parto da casa, consapevole – ogni volta – che la mia felicità quotidiana sarà dove non è esattamente Casa. Di mio fratello – insomma, prima di poter esser felice altrove dovevo scriverlo - io sono una minuta orgogliosa d’esser tale, un plagio biografico, e neanche particolarmente riuscito. Di mio fratello sono un’ombra in ritardo, indecisa. E di Vito ho lo stesso limite generazionale, la stessa sconfitta in partenza che poi si concreta nella comune fortuna di poter abbracciare ciò che per tanti aspetti non eguaglieremo mai. E’ una sensazione rassicurante, curiosa: mio fratello ed io normalmente la chiamiamo papà.
nardi, non avere fretta.
il tempo non porta frutto prima d’esser passato.
intimo e bello
Quel che è giusto è Giusto!
“teng tre figli dummì”
Vedi, l’idea che i miei figli possano pensare qualcosa di simile al tuo finale, mi ha sempre terrorizzato. Intimo e bello (cit.)
grande ricchezza, compà!
Te lo dice uno povero.
Tu non sei povero. Hai capitale in abbondanza da investire. So che ti impressiona la prospettiva, ma riproduciti.
Intimissimo. Io ho perso mio padre molto presto e molto presto ho perso la quiete sicurezza che mi infondeva. Lui mi regalava libri e non mi chiedeva sunti e mio fratello non li leggeva mai e neanche scriveva un rigo. Mio fratello fa l’operaio. Sono stato 23 anni a fare l’accademico a contratto:ora non me li fanno più, dicono che non hanno soldi, ma io neanche ho più voglia di continuare a parlare tra paludati e sordi . Ho perso molto presto la quiete sicurezza che mi infondeva nio padre. Mi regalò tutta la Scala D’Oro della Utet:era un impiegato, la comprò a rate, mio fratello non ne ha mai letto neanche uno:è operaio. Io sono un impiegato, come lui e 23 anni di accademia senza neanche una medaglia. Poi dicono che le caste stanno solo in India.
P.S.
Ho cliccato un post per un altro. Sorry